i favolosi Beatles…
domenica 18 luglio 2010Forse eravamo troppo piccini quando ha cominciato a suonare  quel gruppo…
Forse eravamo troppo piccini quando ha cominciato a suonare  quel gruppo…
Che ne dite di questa vecchia romantica Torino?
Scive Marco Marozzi su La Repubblica del 15 aprile scorso: «In qualche cielo ieri Edmondo Berselli si è divertito ancora una volta. Ha fatto l’ultimo viaggio su una Maserati-carro funebre. Nera, lucentissima, terminata durante la notte. Omaggio dell’impresa di pompe funebri. “Chissà cosa ci avrebbe scritto sopra, cosa avrebbe fatto per guidarla con la sua guida da intellettuale”, sorride Beppe Cottafavi, l’editor dei libri berselliani. Berselli è riuscito a contagiare anche il suo funerale. Triste ma non troppo. Modena ha reso onore all’amatissimo scrittore schierando ogni sua gemma. Era successo solo con Pavarotti, persino nell’ultima automobile. Ma ieri non c’è stato nulla di tenorile. Anzi. Il Duomo di Wiligelmo era stracolmo. Ecco anziani e ragazzi mescolati. C’erano professori e sindacalisti, giornalisti e imprenditori, musicisti e cantanti, editori e opinionisti, presidenti e sindaci e, fra gli altri, gli amici da ragazzo diventati deputati o baristi. I compagnoni di Folgaria. Berselli in Trentino aveva casa e organizzava meravigliose feste campestri. In Liù, l’ultimo libro, tramuta un girotondo sui prati in un grande addio a tutta la combriccola ed ora l’allegra brigata ha paura di sfaldarsi. Il “cattolico non credente, forse” è stato ricordato alla sua maniera. Sull’altare è comparso don Filippo Di Giacomo, sacerdote della Sacra Rota, collaboratore di giornali, amico di Edmondo. Un ricordo pieno di amore in cui si univa la repulsione per le “patacche” e l’attenzione di Berselli per la dottrina sociale della Chiesa, il rispetto, il coraggio fino a concordare con il prete la propria estrema unzione.
“Grazie per le parole che ci hai dato“, hanno scritto in tanti nel librone davanti alla camera ardente».

Quella che si narra in questo libro non è la storia di un cane. E’ la “biografia morale” di un animale non immaginario ma esemplare, che racconta come intelligenze diverse, umana e canina, cominciano a sfiorarsi. Infatti, grazie allo stile “lunatico” di Berselli, al suo divagare un po’ picaresco, decollano subito, con vari scodinzolii, storie molto italiane , disincantate e ironiche, in cui avventure e disavventure di razze differenti si “specchiano in una visione di pura tolleranza, all’insegna di un relativismo assoluto, di un italianissimo: « Sì, vabbè…»”. Intorno alla “‘idea di un cane”, ecco allora una società italiana che guarda attonita se stessa, la sua cultura e il suo modo di essere, e alla fine si convince che un metodo, o un rimedio, per la convivenza ci deve essere: basta accontentarsi di raccontare storie, accoccolati su un divano, mentre fra i piedi scalzi si diffonde il tepore dolce, filosofico e irrimediabilmente poco progressista dell’ultimo riferimento politico rimasto, la pancia di Liù.

Giorni addietro, avevo iniziato a rivedere un po’ la mia libreria, dopo aver per troppo tempo collocato alla rinfusa e senza criterio diversi libri, per suddividerli e accorparli razionalmente negli scaffali a loro deputati. Come spesso accade mentre li spolveravo, levandoli dai ripiani in cui erano disordinatamente riposti, ho iniziato a sfogliarne qualcuno qua e là . Fra questi un anonimo libercolo di proverbi di provenienza tedesca fece capolino, e nella pagina casualmente aperta, appariva il testo di un proverbio che recitava: «Vola la cenere della strega e volano i peccati del villaggio». Tema questo, assolutamente moderno e quotidiano nella nostra vita contemporanea del nuovo millennio appena iniziato, è sufficiente seguire l’informazione dei media cartacei o di quelli radiofonici e televisivi su usi e costumi appartenenti alla nostra società quale comparazione, quindi ho ritenuto interessante ripercorrere all’indietro la storia delle “Masche” che nella coscienza popolare, fino verso la fine dell’800 fecero parte delle credenze del basso Piemonte, in particolare alcune zone della provincia cuneese: Albese, Langhe e Roero. Queste attraverso l’immagine che ci è stata tramandata dalla cultura popolare, interpreti (dal sapore quasi mitologico) di superstizioni, pregiudizi, scaramanzie e che, inopinatamente nonostante il nostro modernismo galoppante, vagheggiano ancora largamente diffusi ai giorni nostri, più o meno tollerati e condivisi dalla mentalità comune, sebbene apparentemente e folcloristicamente inoffensivi.
Ora, per comprendere la proprietà del proverbio tedesco, legato alla figura della “masca” che la vulgata popolare ha propagato anche attraverso ricerche e studi nei luoghi in cui questo fenomeno si diffuse, ed ebbe credibilità in larghe fasce di popolazione contadina, occorre compiere un salto indietro nei secoli e collocarsi intorno al 1200, periodo risalente alla comparsa delle “eresie” dei Catari e degli Albigesi che provocano la crociata di Innocenzo III e la nascita dell’Inquisizione contro l’eretica «pravità » (deviazione o peccaminosa aberrazione del pensiero antireligioso). Centrale diventa da questo punto il riferimento al diavolo perno della costruzione ideologica attorno alla quale si sviluppa la credenza nelle masche: le donne come streghe; il patto con il diavolo; il sabba. Resta il fatto, inoppugnabile, che la grande esplosione della guerra aperta contro le streghe avvenne tra il 1400 e il 1600, sotto l’impulso della paura generata dei sismi e delle eresie, complice sicuramente Martin Lutero con le tesi pubblicate nel 1517.
Nei suoi confronti la reazione della Chiesa fu fortissima e probabilmente proporzionata alla paura che queste sette potessero mettere in crisi l’intera istituzione cristiana.
Dunque, il significato del proverbio, sta a significare quanto il rogo in cui veniva avviata la strega permetteva di lavare la coscienza collettiva, soprattutto evitava il rischio che venissero diffusi, raccontati, riferiti, segreti più o meno infami e che persone di riguardo, i potenti (sic!), finissero per trovarsi in imbarazzo.
Lo stereotipo, diffuso nelle zone del basso cuneese connota, come immaginario della masca nostrana, una donna avanti negli anni, dal volto sgradevole e ripugnante, la pelle ruvida che improvvisamente si fa  cadaverica, la fronte bassa, stretta e solcata da mille rughe, gli occhi velati e obliqui nelle orbite, la voce roca, tremula e a volte impercettibile. La paura della donna masca, dotata di magici poteri persiste, anche se affievolita e interpretata oggi come una buffa leggenda.
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Jacques Prévert anni sessanta
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Questo amore
Cosi violento
Cosi fragile
Cosi tenero
Cosi disperato
Questo amore
Bello come il giorno
Cattivo come il tempo
Quando il tempo è cattivo
Questo amore cosi vero                                                     Â
Questo amore cosi bello
Cosi felice
Cosi gioioso
Cosi irrisorio
Tremante di paura come un bambino quando è buio
Cosi sicuro di sé
Come un uomo tranquillo nel cuore della notte
Questo amore che faceva paura
Agli altri
E li faceva parlare impallidire
Questo amore tenuto d’occhio
Perché noi lo tenevamo d’occhio
Braccato ferito calpestato fatto fuori negato cancellato
Perché noi l’abbiamo braccato ferito calpestato fatto fuori negato cancellato
Questo amore tutt’intero
Cosi vivo ancora
E baciato dal sole
E il tuo amore e il mio amore
E quel che è stato
Questa cosa sempre nuova
Che non è mai cambiata
Vera come una pianta
Tremante come un uccello
Calda viva come l’estate
Sia tu che io possiamo
  Dimenticare
 E poi riaddormentarci
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Saluti a tutti JEANÂ Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â Â
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Il tempo passa… e per tutti gli anta… e amanti della musica leggera una bellissima canzone di Adriano Celentano…

L’amore muove il mondo,
l’amore è lo spirito della vita
ed anche il dolore e fatto d’amore
E. De Amicis
Quindi: Innamoratevi!