Archivio di maggio 2008

La Parrocchia di Madonna di Campagna

martedì 20 maggio 2008

Da remoti frammenti storici, risalenti al xiv° secolo, si ha notizia di una modesta edicola sacra raffigurante una Madonna ( che in seguito prese il nome di “Madonna di Campagna” ) e sorgente, tra campi e boschi, all’incirca dove oggi è situata l’attuale Chiesa Parrocchiale. Torino, in quel tempo, era una cittadella cinta fra le mura molto lontana. Nei pressi della Cappelletta sorse nel 1567 un Convento di Frati Minori Cappuccini : i frati costruirono la Chiesa e piantarono gli ippocastani nel viale che tuttora esiste. I frati si prodigarono nell’assistere i lebbrosi ed i feriti dell’assedio di Torino del 1706 con i Francesi che si svolse fra Lucento e Madonna di Campagna.

Il primo luglio 1834 la chiesa diventò la Parrocchia di Madonna di Campagna. Durante un bombardamento aereo l’8 dicembre 1942 la chiese venne distrutta e purtroppo perirono molti cittadini che vi si erano rifugiati lì. Si salvarono solamente la statua della Madonna ed il campanile.

La vita dei Frati Cappuccini, che normalmente viene scandita dai ritmi della preghiera e dai momenti comuni, in una grande parrocchia invece diventa più frenetica. La chiesa apre prima delle 7 e le ultime incombenze terminano a mezzanotte.

Marina

30 candeline alla E/14 del Borgo Vittoria

lunedì 19 maggio 2008

Sono trascorsi ormai 30 anni da quando, nei prati confinanti con corso Grosseto, è sorto questo piccolo quartiere. Un quartiere nel quartiere!
30 anni in cui, noi residenti della prima ora, siamo stati attori e testimoni di di questo territorio ubicato a nord di Torino, che da campagna dell’estrema periferia si è andato trasformando in una vera e propria appendice cittadina, nonostante fosse ancora cinta, come un’enclave, da un territorio prevalentemente a vocazione agricola. Le coltivazioni di orzo e di foraggio continuarono ancora per molti anni, fino ai più recenti insediamenti che ne decretarono la loro scomparsa. L’elemento trainante, deputato a questa trasformazione, fu un grande progetto, nato dalla esigenza di dare una casa ai ceti economicamente più deboli, in quanto introvabili sullo specifico mercato di allora. Fondammo una cooperativa con un preciso scopo: fornire un’abitazione con affitto sostenibile, a coloro che pur non possedendo le caratteristiche di aventi diritto ad un’abitazione presso l’Istituto Case Popolari per reddito, non erano viceversa in grado di acquistarne una per sé.
Omettere la grande “fame” di case, di quegli anni, non farebbe capire quanto drammatica fosse la situazione per migliaia di famiglie torinesi.
Furono dunque edificati 4 grandi palazzi, della cosiddetta edilizia popolare, per conto della Cooperativa a proprietà indivisa “Giuseppe Di Vittorio” ove trovarono ospitalità circa 500 famiglie. Altre 200 occuparono altri 2 palazzi dell’ATC che intanto erano sorti parallelamente ai primi.
Come ogni nuovo insediamento, la zona E/14 fu l’ennesimo paradigma di una realizzazione caotica e disordinata. Furono momenti difficili per la popolazione, priva di servizi pubblici, centri commerciali, mezzi di trasporto, scuole, ambulatori e quant’altro. Per converso erano anni in cui lo spirito cooperativistico era ancora particolarmente vivo e ciò permise di ricorrere collettivamente al confronto serrato con le istituzioni cittadine alla ricerca di soluzioni necessarie ad una qualità di vita civilmente accettabile.
Con sacrificio ed abnegazione, grazie alla disponibilità e all’intelligenza di un ristretto gruppo di volenterosi, anno dopo anno raggiungemmo alcuni traguardi importanti mirati ad una normale e cittadina vivibilità. Da un’area brulla, sterrata e polverosa affiorarono pian piano strade asfaltate, giardini all’interno e all’esterno dei palazzi, un piccolo centro commerciale con annessi farmacia ed edicola giornali, una scuola materna, elementare e media, un servizio di trasporto pubblico (bus 52) con capolinea attestato fra i giardini stessi, un’area giochi per i bambini, una chiesa parrocchiale, un circolo polisportivo, con annessi campi di gioco bocce, come punto di ritrovo per giovani ed anziani, campi per calcio e calcetto e, non ultimo, un piccolo e verdissimo parco con annessa attrezzatura per esercizi ginnici solcato dalle chiare acque di un’incantevole “bealera”, a sua volta cavalcata da due graziosi ed artistici ponticelli in legno.
Giunti quindi al traguardo del fatidico 30° compleanno, possiamo affermare, anche con non malcelato orgoglio, che la profonda e positiva trasformazione avvenuta è stata frutto dell’impegno e la determinazione di tutti coloro, uomini e donne provenienti da esperienze sindacali, politiche e religiose (PCI, PSI, DC, ACLI) che hanno sempre privilegiato innanzi tutto il “fare” al “delegare”, (sicuramente più faticoso ma assai più ricco di risultati tangibili e duraturi), unitamente alle Istituzioni locali che hanno da par loro prodotto attenzione e progetti per la crescita, lenta ma continua, di questa nostra amata zona E/14.

L’orologio della torre.

lunedì 19 maggio 2008

All’interno della circoscrizione 5 c’è una torre con un bell’orologio che, da parecchio tempo, segna sempre le 4 ( o le 16 ).

Tra le varie ipotesi sul perchè segna sempre quest’ora, ne azzardo qualcuna.

E’ rotto e non si può più riparare.
Non si è mai chiamato un tecnico per ripararlo.
La messa in funzione costa troppo o semplicemente qualcuno non si è ricordato di ricaricarlo.

Non è che questa cosa mi abbia tolto il sonno, è solo una curiosità.

officina torinese

sabato 17 maggio 2008

“Negli anni ’30 si nasceva ancora in casa dove il cortile era l’anticamera della fabbrica e i vetri tremavano giorni e mesi per il maglio della Grandi Motori; Il fumo, scavalcava la ferrovia, risaliva dai capannoni e dai forni delle Ferriere lungo il corso Mortara e addolciva i suoi acri influssi al profumo dei biscotti Wamar, la Savigliano sfornava i vagoni direttamente sui binari della stazione Dora e per le vie del borgo stridevano le mole, fischiavano i trapani; fabbri, falegnami, ciclisti, materassai, castagnacci moltiplicavano a loro volta i fumi e i suoni, con i canti delle cameriere e dei garzoni e i richiami dei mercatini; poiché allora dalla minuscola boita alla grande fabbrica tutto era lavoro, duro lavoro manuale.

Nulla sfuggiva alla topografia diffusa dell’officina la F.E.R.T. (studi cinematografici), lassù in mezzo ai prati di corso Lombardia, con la schiera dei suoi carpentieri, macchinisti, elettricisti, fonici, operatori, truccatori, tutti a inventare soluzioni rapide per ogni incombenza in un frenetico scambio di sapienza artigianale con la genialità di registi, attori, scrittori, pittori.

Si può ben dire perciò che la moralità rigorosa e incrollabile del lavoro fatto bene, del “capolavoro” anzi, che concludeva la carriera dello studente-perito e apriva quella dell’operaio Fiat o di qualsivoglia aiutante di bottega, permeava e sostanziava la vita di ogni torinese condannato fin dalla nascita a far bene le cose, anche per le più miserelle.

Per tutti era l’Officina torinese.

Mentre la F.E.R.T., gira a pieno regime,dall’altra parte di Torino, e siamo nel ’23, si apre maestoso il Lingotto. Simbolo per decenni della fiducia capitalistica e della testardaggine operaia.

Se dunque il Lingotto diventa ben presto il cuore pulsante della città del lavoro razionale e ordinato, in corso Lombardia batte il cuore artigianale, fantasioso , libero, ghiribizzoso, che può concedersi un porto franco della creazione.”

Primi negozi e mercati

sabato 17 maggio 2008

Ovviamente penso che non poteva mancare un post che parlasse dei mercati e dei negozi che si trovavano nei primi anni cinquanta, per chi veniva ad abitare alla cinque, mi accingo a scrivere la prima parte di questi ricordi. Ovviamente non c’erano ancora i supermercati che ci sono attualmente, io con la mia famiglia abitavamo in Corso Cinncinnato esattamente al numero 159.

Praticamente dove c’è ora il mercato, ma il mercato all’epoca si trovava in corso Toscana angolo c.Cincinnato, le bancarelle erano situate sul marciapide appunto di c.Toscana, certamente non era il mercato che c’è ora in c.Cincinnato anzi le bancarelle erano ridotte all’essenziale, frutta e verdura, polleria, bancarella del formaggio e salumi.

Un cosa che mi ricordo bene era che quando cominciava l’inverno passava un ambulante con un ape che vendeva il castagnaccio e la farinata facendo il giro di tutto il rione e noi bambini chiamavamo le nostre madri per farci dare 20 lire che servivano per comprare una porzione di castagnaccio o farinata.

acqua-acqua-

venerdì 16 maggio 2008

Oggi sono andata a fare commissioni. Al ritorno ho preso il tram 9 stava piovendo molto forte. Alla fermata di corso Potenza angolo via Foligno sono scesa. Erano circa le 17,15. Diluviava. Con altre persone cercavamo di attraversare, ma era impossibile: tra le macchine che sfrecciavano e ci bagnavano fino quasi all’altezza del viso e il lago che c’era nel corso e nella via. Ci siamo bagnati tutti gli indumenti e le scarpe che sembravano barche.

E’ mai possibile che tutte le volte che piove un po’ più forte per attraversare corso Potenza per andare in Via Foligno bisogna non solo fare la doccia ma anche pattinare !!!!!

C’era una volta………..

venerdì 16 maggio 2008

Siamo alla fine degli anni quaranta e primi cinquanta, la gente, dopo l’incubo della guerra, aveva voglia di divertirsi e così a Torino (e non solo) si riaprivano cinema, sale da ballo, tabarin e quant’altro.

Nel nostro quartiere se ne trovavano quattro o cinque, ma io ne ricordo uno in particolare, si trovava tra il ponte dell’apollo, e via Stradella, era un bel complesso, con cinema, a finco un ampio bar con ristorante e al piano superione , una bellissima e ampia sala da ballo, tutta specchi e decori, molto ben arredata.

Il locale era tra i più eleganti ed era frequentato da gente cosidetta per bene, io ero molto piccola, ma ricordo che la mia mamma, qualche volta mi portava ai “matinè”, a lei piaceva molto ballare ed era una brava ballerina, io la vedevo ballare ed ero affascinata, da lei, dalla musica, dalle luci e da tutte quelle signore in abiti eleganti che volteggiavano per la sala con i loro ballerini.

Mia mamma, mi raccontava che si svolgevano anche delle gare di ballo, che erano molto seguite, sopratutto d’estate, dove la pista da ballo si trasferiva nel bel giardino sottostante.

E’ passato tanto tempo, ma il ricordo è ancora presente, anche se velato di malinconia per il tempo che non c’è più, ma che forse mi piaceva di più.

Arena flop

venerdì 16 maggio 2008

Questo è un esempio di spreco dei nostri soldi di contribuenti, leggete qui

Innamorati a rijeka

venerdì 16 maggio 2008

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Questi sono due innamorati a rijeka (Fiume)

torino cinema alla “quinta”

giovedì 15 maggio 2008

 

 

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Torino è stata una delle prime città italiane del cinema, la prima in Italia dove venne creata un’industria cinematografica. I primi studi cinematografici italiani, infatti, aprono a Torino a partire dal 1907 e le principali case di produzione sono l’Ambrosio, l’Itala film, l’Aquila e gli studi F.E.R.T.

La società F.E.R.T. (Fiori Enrico Roma Torino) costruisce i suoi primi teatri di posa in corso Lombardia nel 1919,(come scrisse Mario Soldati a proposito del sito scelto dalla F.E.R.T. “lo sguardo andava liberamente …ai prati profumati della Madonna di Campagna, alle lucide, fresche bealere, all’orizzonte nevoso delle valli di Lanzo, alle Alpi solenni e vicine”) con l’intento di inserirsi in quel grande flusso di attività e di energia che aveva fatto fiorire a Torino numerose case di produzione cinematografica.
Nello studio F.E.R.T.- con attrezzature e maestranze della F.E.R.T. - furono realizzate in 50 anni circa 180 pellicole a soggetto, oltre a numerosi documentari e, quando, verso la fine degli anni ’50 cessò la produzione di lungometraggi a soggetto, l’attività continuò per una quindicina d’anni realizzando “Caroselli” e altri filmati pubblicitari .

Ben prima di Cinecittà, ben prima di Hollywood, le rive del Sangone furono spiagge tropicali, la brughiera di Madonna di Campagna fu campo di battaglia per Solferino e San Martino, le ville liberty della Crocetta e della collina torinese furono set per i film, anzi, le films storiche. Le pizze da proiettare attraversavano la città sulle biciclette di lesti giovanotti, per comparire in tempo in quei primi capannoni con il tetto a vetrate costruiti da Ambrosio, sotto i quali le righe solcavano la pellicola con una magia continua. Dire ‘Euna film fatta a Torino’ bastava ai più per garantire la qualità della pellicola. Se i corsi e i decorsi della storia hanno portato altrove lo sviluppo dell’industria cinematografica italiana, questa Hollywood sul Po sembra aver ritrovato l’antica vocazione………..continua