Tratto da “La Stampa” articolo sul nostro amato Monviso

Così William espugnò per primo
il “Re di Pietra”

montagna

Centocinquant’anni fa l’inglese Mathews scalava il Monviso
Al via una serie di eventi su un’impresa chiave dell’alpinismo
CARLO GRANDE
TORINO
Lo guardavano dalla pianura come la montagna perfetta, la cima più alta delle Alpi: così credevano i Romani. Virgilio lo ricordò nell’Eneide, chiamandolo «Vesulus pinifer», montagna circondata di pini, e pensava al bosco dell’Alevé che ricopre i contrafforti dell’occitana Valle Varaita. Lo conosceva Dante, che lo cita nel canto XVI dell’Inferno e Petrarca («il monte più alto della catena») e l’inglese Geoffrey Chaucer, che lo menziona nei Racconti di Canterbury; nel 1511 Leonardo da Vinci scrisse di una cava di pietra bianca «al pié del Monviso», nel 1839 Stendhal fece sognare a Fabrizio del Dongo, eroe della Certosa di Parma, la cerchia dei monti: «…dall’altra parte che il tramonto colorava d’un rosso arancione si disegnavano netti i contorni del Monviso e degli altri picchi delle Alpi che da Nizza risalgono verso il Moncenisio e Torino».

Il Monviso, scoglio di 3841 metri che pareva troppo difficile da affrontare, fu salito 150 anni fa: il primo fu un inglese, William Mathews, che il 30 agosto 1861 con Wiliam Jacomb e i fratelli Croz si inerpicò lungo la parete Sud. Un’ascensione – non certo conquista, ché noi umani non dominiamo un bel nulla, le montagne se siamo bravi e fortunati magari riusciamo anche a scenderle – degna di essere ricordata: al ritorno nel suo Paese Mathews fondò il primo Club Alpinistico inglese e seguendo le sue orme, due anni dopo – tornando dalla prima ascensione italiana – Quintino Sella e amici fondarono il Cai, il Club Alpino Italiano. Il senatore, come ricorda il presidente del Cai, Umberto Martini, «pubblicò un libro di sconcertante attualità sui valori della montagna». Se ne parlerà alla conferenza stampa di oggi al Museo della Montagna di Torino, durante la quale sarà annunciata una serie di eventi legati all’impresa di Mathews.

Il Monviso è dunque una vetta di «sangue blu», legata alla storia del nostro alpinismo e all’Unità: le cime che la circondano sono dedicate all’italianità, si chiamano Punta Roma, Punta Udine, Punta Venezia, Punta Fiume. Senza contare che qualche centinaio di metri più sotto, verso la fine del Quattrocento, il marchese di Saluzzo fece scavare il «buco di Viso», primo traforo alpino. Ai suoi piedi, inoltre, nasce il Po, vicino alla torbiera di Pian del Re, sopra Crissolo. Qui la Lega con le ampolle esalta la Padania: prima o poi sarebbe il caso di inneggiare anche alla montagna, prendendo coscienza di quanto sia difficile viverci e di quanto sarebbe giusto restituire un po’ delle giovani forze (acqua, muscoli e intelligenze) scese a valle per il bene della pianura. «Andate alla montagna – diceva tempo fa una vignetta satirica raffigurando una frana – prima che la montagna venga a voi».

In vetta al Monviso il giovane Mathews «fissò lo sguardo in uno spazio infinito», osservando la pianura padana, il Cervino, il Monte Bianco, il Rosa, il Gran Paradiso. Non il Mediterraneo, come aveva sperato, ma in ogni caso una costellazione straordinaria di cime italiane e francesi, in una giornata limpidissima. La piramide del Monviso («Viso», per gli occitani, lo Viso, o lou Visoul), perfetta come un disegno di bambino, si vede da ogni angolo della pianura piemontese e da quella lombarda: nelle giornate più terse si scorge dalla cima del Duomo di Milano.

Un totem, per molti, naturalmente anche per il Cai, che si accinge a ricordare il Re di pietra con salite commemorative, convegni e proiezioni: «Una montagna simbolo – dice il presidente Umberto Martini – volendo enfatizzare sta al Cai come il Tabor sta alle Tavole della legge». Circa 15 anni fa il Monviso venne celebrato da poeti e narratori: nel 1997, fra le rupi di Pian del Re, furono letti i versi di Alvise Zorzi, Andrea Zanzotto, Vivian Lamarque, Roberto Piumini, Maurizio Cucchi, Alda Merini e tanti altri, e brevi racconti di Mario Rigoni Stern, Nico Orengo, Umberto Piersanti, Bruno Gambarotta. Tra questi anche Antonio Bodrero («Tòni Baudrier»), grande poeta occitano: nei suoi versi lou Visoul è «grande ombra/scala bruna», in quelli di Giuseppe Conte è «alveare di stelle»; non propriamente quelle del «logo» Paramount, come vuole una leggenda.

Arrampicarsi lassù, abbracciando i massi di granito negli ultimi 400 metri, è esperienza nient’affatto banale, quasi mistica. Lo sa bene il regista Fredo Valla, che vive sotto il Monviso, a Ostana, dove grazie a lui e a Giorgio Diritti è nato uno dei film più intensi sulla grazia e la dannazione del vivere in montagna: «Il vento fa il suo giro». Al monastero cistercense di Pra d’Mill, ai piedi della montagna, Valla ha dedicato un altro bellissimo film-documentario, «Sono gli uomini che rendono le terre vive e care», che sarà proiettato nella giornata conclusiva dell’imminente «Piemonte Movie». Insomma, che si salga come Mathews dal vallone di Vallanta e da Castello in valle Varaita, o dal rifugio Quintino Sella in valle Po, o che si sosti al rifugio Vallanta ai piedi della formidabile parete Nord (mille metri di strapiombo), il Monviso continua a ispirare.

Noi sabaudi lo cerchiamo con gli occhi, tornando a Torino perlustriamo le nostre coordinate: Superga e la Sacra di San Michele, al fondo della pianura, che a Est e Ovest vegliano sulla città. Ma il Viso le sovrasta tutte, come un padre che percuote e insegna a rispettare il limite. Duro e magico, è il nostro Kailash.

Il mito
«Viso» per gli occitani e, nell’antichità, «Vesulus Pinifer» per i romani: il Monviso sin dai tempi più remoti ha esercitato un fascino potente. L’hanno citato tanti scrittori, da Dante a Petrarca, da Geoffrey Chaucer a Leonardo da Vinci, fino a Stendhal.

La geografia
La vetta si trova a circa 2 chilometri dal confine francese ed è circondata dalle valli Po e Varaita e, dalla parte del versante transalpino, da quella del Guil. La massima elevazione coincide con Punta Trieste. Ai piedi del Monviso nasce il Po.

4 Commenti a “Tratto da “La Stampa” articolo sul nostro amato Monviso”

  1. jean scrive:

    COMPLIMENTI IRIS UNA BELLA RICERCA.

  2. secondo scrive:

    Devo parafrasare Jean sei stata veramente brava Iris, come sempre d’altronde, sembra che hai scritto un libro, ma non è che un altra vita passata eri una famosa scrittrice……….

  3. Franco scrive:

    Bella ricerca che hai fatto sul Monviso…..

  4. Biagia scrive:

    bravissima Iris con questo articolo hai dato modo di conoscere la vera storia del Monviso che non ero ha conoscenza hai fatto una bella ricerca come battuta finale vorrei essere una scalatrice è andare in cima…………………………………………

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