officina torinese

“Negli anni ’30 si nasceva ancora in casa dove il cortile era l’anticamera della fabbrica e i vetri tremavano giorni e mesi per il maglio della Grandi Motori; Il fumo, scavalcava la ferrovia, risaliva dai capannoni e dai forni delle Ferriere lungo il corso Mortara e addolciva i suoi acri influssi al profumo dei biscotti Wamar, la Savigliano sfornava i vagoni direttamente sui binari della stazione Dora e per le vie del borgo stridevano le mole, fischiavano i trapani; fabbri, falegnami, ciclisti, materassai, castagnacci moltiplicavano a loro volta i fumi e i suoni, con i canti delle cameriere e dei garzoni e i richiami dei mercatini; poiché allora dalla minuscola boita alla grande fabbrica tutto era lavoro, duro lavoro manuale.

Nulla sfuggiva alla topografia diffusa dell’officina la F.E.R.T. (studi cinematografici), lassù in mezzo ai prati di corso Lombardia, con la schiera dei suoi carpentieri, macchinisti, elettricisti, fonici, operatori, truccatori, tutti a inventare soluzioni rapide per ogni incombenza in un frenetico scambio di sapienza artigianale con la genialità di registi, attori, scrittori, pittori.

Si può ben dire perciò che la moralità rigorosa e incrollabile del lavoro fatto bene, del “capolavoro” anzi, che concludeva la carriera dello studente-perito e apriva quella dell’operaio Fiat o di qualsivoglia aiutante di bottega, permeava e sostanziava la vita di ogni torinese condannato fin dalla nascita a far bene le cose, anche per le più miserelle.

Per tutti era l’Officina torinese.

Mentre la F.E.R.T., gira a pieno regime,dall’altra parte di Torino, e siamo nel ’23, si apre maestoso il Lingotto. Simbolo per decenni della fiducia capitalistica e della testardaggine operaia.

Se dunque il Lingotto diventa ben presto il cuore pulsante della città del lavoro razionale e ordinato, in corso Lombardia batte il cuore artigianale, fantasioso , libero, ghiribizzoso, che può concedersi un porto franco della creazione.”

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